PEPPE MILLANTA, INVENTORE DI STORIE

PEPPE MILLANTA, INVENTORE DI STORIE

Francesca intervista Peppe Millanta, scrittore per metà abruzzese, e creatore della Scuola Macondo – l’Officina delle Storie, a Pescara.

Buongiorno Peppe. Innanzitutto, vorrei chiederti di presentarti in quanto artista e scrittore e, se possibile, in quanto artista e scrittore “abruzzese”.

Mi chiamano Peppe Millanta anche se il mio nome è un altro. Ma ormai mi sono abituato e mi volto lo stesso. Scrivo storie finché mi emozionerà farlo. Sono per metà abruzzese.

Ho una domanda sul tuo romanzo d’esordio, Vinpeel degli orizzonti, edito dall’abruzzese Neo edizioni. Il non-luogo da te immaginato, Dinterbild, ha un qualche rapporto con l’Abruzzo, regione che ha conosciuto l’isolamento storico e geografico e terra promessa degli eremiti?

Nelle intenzioni no, nel senso che ogni non-luogo per definizione ha l’aspirazione di essere più un luogo paradigmatico che un luogo del reale. Però sicuramente c’è entrato dentro il mare di Francavilla, dove sono cresciuto, e sul rumore del quale mi sono addormentato per innumerevoli notti abitando all’epoca a ridosso della spiaggia. Ovviamente mi riferisco al mare durante l’inverno, solitario, scuro, agitato fino all’inverosimile, che porta in sé un’energia antica e inesauribile. Non c’è nulla come il mare per farsi accarezzare le ferite e i pensieri. E poi c’è la realtà del piccolo borgo chiuso, in particolare Roccacaramanico, buen retiro nel Parco della Majella dove molte volte mi sono confinato lontano da tutto.

©Matteo Pantalone

Dopo anni a Roma passati a fare “lo studente di giorno e il perdigiorno di notte”, sei tornato a Pescara. Cosa ti ha spinto a lasciare la capitale – e Napoli, altra città nella quale lavori – per tornare in Abruzzo? 

Non si è trattato di un vero e proprio richiamo del sangue, perché la mia famiglia è sparsa un po’ in tutta Italia. Sia Roma che Napoli sono città che continuo a frequentare volentieri per lavoro,

ma a Pescara sono stato ri-attratto da un sogno: creare un luogo di aggregazione che avesse come filo conduttore le storie.

Si tratta del luogo che sognavo di poter frequentare quando ero ragazzo, quando da noi in provincia non c’era molta offerta in tal senso. Ho 34 anni, quindi mi riferisco a una ventina di anni fa (urca che impressione!), quando leggere molti libri in un paesino piccolo che all’epoca non aveva neanche una libreria ti rendeva un po’ diverso dagli altri, e dove anche scoprire un Kerouac era un piccolo miracolo visto che non avevi nessun mentore o luogo dove poter coltivare la tua passione per le storie e le tue aspirazioni da scrittori.

Noi ci riunivamo in tre, massimo quattro ragazzi, rigorosamente nella buia spiaggia invernale, a rendere partecipi gli altri delle nostre scoperte letterarie e delle nostre sperimentazioni autoriali.

Andavamo a zonzo tra i libri, senza alcun criterio, se non per il fatto che ogni libro ci richiamava un altro libro. Sicuramente un percorso esaltante, da piccoli cercatori di pepite d’oro, ma molto faticoso. Quando a 19 anni mi trasferii a Roma scoprii una realtà dove tutto quello che noi combinavamo come moderni carbonai era del tutto usuale. Tutto quello che noi cercavamo era lì a portata di mano: eventi, corsi, iniziative.

©Matteo Pantalone

Nel 2017 nasce a Pescara la Scuola Macondo. Qual è stata l’idea che ha dato origine a questo progetto?

Dopo quasi dieci anni fuori, ho deciso di riportare un po’ delle mie esperienze “in patria”, un po’ di quello che avevo visto e raccolto in giro mentre giravo con la musica, un po’ del mio percorso formativo – nel periodo romano mi sono diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico – ed è nata la Scuola Macondo – l’Officina delle Storie, un luogo pensato per aggregare tutti i “carbonari letterari” presenti in regione. Grazie all’aiuto di numerosi scrittori, editori, editor, sceneggiatori, drammaturghi abruzzesi e non, siamo riusciti a tirar su questa realtà.

Tutti mi dicevano che sarebbe stata una follia, perché in Abruzzo “ognuno cura il suo orticello”, invece ho trovato tanti professionisti che hanno sposato l’iniziativa.

All’inizio sembrava una follia scommettere così sulla provincia ma la risposta è stata ottima, segno che la regione è viva e reattiva, e ha qualcosa da raccontare.  

Dopo la Scuola Macondo, è nato anche il Festival Macondo. Come ha reagito il territorio alla presenza creativa tua, dei tuoi collaboratori e delle vostre iniziative?

C’è un coro che ha sempre accompagnato le cose che mi mettevo in mente: “tu si matt’ a la cocc’”.

Mi è sempre piaciuto cimentarmi in attività sulla carta un po’ spericolate, ma non perché mi piaccia il rischio ma perché mi piacciono i progetti creativi, quelli davvero capaci di creare un qualcosa che prima non c’era.

La risposta è sempre stata buona, ci difendiamo con le idee lì dove non abbiamo soldi. Ci siamo strutturati in una associazione che cura tutte le iniziative: dalla Scuola Macondo alla Macondo Kids, alla rassegna Dinamité al ciclo di presentazioni Vocialonghe, al Macondo Festival, al Premio Letterario Rocky Marciano. Tutte attività presenti sul territorio abruzzese che contribuiscono a vivacizzarlo durante tutto l’anno.
Mi fa piacere che tu abbia parlato dei “collaboratori”. Lo metto tra virgolette perché si tratta piuttosto di compagni di sogni, e spartirsi un sogno è un qualcosa di davvero molto intimo. C’è Cristina Rapino con cui organizziamo il Macondo Festival, insieme a Iorichs Pellerani e Agata Alibertini. Ci sono Barbara Giuliani e Matteo Catucci con i quali organizziamo Dinamité, la rassegna di musica cantautorale. C’è Oscar Buonamano che cura Vocialonghe, la nostra rassegna di presentazioni, Nadia Tortora con cui ci sono numerosi progetti futuri in ballo. E poi c’è Elisa Quinto, che tiene un po’ le fila di tutte le nostre attività. Ma siamo una realtà aperta a mille collaborazioni, e chiunque da noi può proporre e proporsi.

Macondo Festival ©Armando Simone

Cosa spinge un artista a trovarsi uno pseudonimo? E perché Peppe Millanta?

La sopravvivenza!

A scanso di equivoci, non si tratta di un nome d’arte. Anche perché uno il nome d’arte se lo sceglie fico! Sennò che nome d’arte è? Diciamo che quando facevo il tirocinio in un grande studio che affacciava su Piazza di Spagna, non era molto gradito che io andassi a suonare in giro facendo cappello… e diciamo che per salvare le apparenze il mio me che suonava in giro si è inventato un nomignolo per non farsi beccare sui social… e diciamo anche che quel nomignolo – e forse anche la parte artistica – alla fine ha preso il sopravvento, a discapito del nome anagrafico. La storia è un po’ più lunga, e prima o poi te la racconterò di fronte a un caffè.

Hai pubblicato un romanzo, scrivi canzoni e anche testi teatrali. Qual è la tua idea di narrativa?

Per quanto riguarda la mia attività, ho una idea “confusa”, nel senso che non riesco ad incasellarmi. Non riesco a definirmi ad esempio “romanziere”.

Mi piace inventare storie, e solo in un secondo momento capisco qual è il medium migliore per raccontarla.

Uno dei miei autori preferiti è Chico Buarque, che è un cantautore che scrive storie bellissime, ed ha valore tanto quanto un Harold Pinter. Ho una idea di narrativa che parli all’uomo della parte invisibile dell’uomo. Deve esserci un sottotesto, una metafora. Chi ti ascolta/legge/guarda deve portarsi a casa qualcosa che lo riguardi da vicino. Bisogna aprire feritoie da cui guardare, nuovi punti di vista sulle cose.

Bisognerebbe scrivere soltanto quando si pensa di stare realizzando una storia “utile”. E l’unico modo per arrivare a ciò, a mio modestissimo parere che sono un signor nessuno, è avere un’idea di essere umano e di umanità in genere assolutamente perfettibile, riscattabile e perdonabile.

Quali progetti hai per il futuro?

Continuare a cercare storie. Continuare a scrivere storie.

Qui ad Abruzzo.no abbiamo l’abitudine di chiudere le nostre interviste con tre domande, che ci piace porre a tutti i nostri intervistati:

Qual è il tuo luogo preferito in Abruzzo?
Domanda difficilissima. Scelgo il belvedere di Roccacaramanico.

Qual è il tuo piatto abruzzese preferito?
Scrippelle ‘mbusse

Qual è il proverbio o il modo di dire abruzzese che preferisci
Ddaje e ddaje la cipoll divent aglie (non ho idea se si scrive così però!)

Francesca 
Lanciano, Novembre 2019
Foto ©come da didascalia, foto di copertina ©Matteo Pantalone

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