IL RITO DEI SERPARI A COCULLO: L’INCONTRO CON LA NATURA SELVAGGIA
I serpari ©Aldorindo Tartaglione

IL RITO DEI SERPARI A COCULLO: L’INCONTRO CON LA NATURA SELVAGGIA

Ogni primo maggio dell’anno, da tempo immemore, il paese di Cocullo (AQ) ospita una delle tradizioni più antiche e suggestive d’Abruzzo: il rito dei serpari.
Questa celebrazione attira ormai numerosi pellegrini e turisti da ogni parte del mondo, siano essi semplici curiosi, amanti dei rettili o ferventi adoratori di San Domenico.

A dicembre del 2018, il rito è stato candidato al riconoscimento UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità “con salvaguardia urgente”.
È la prima candidatura di questo tipo effettuata in Italia, un segnale d’allarme da parte di un territorio che perde abitanti ogni anno, ma per il quale le tradizioni sono ancora un elemento importante di coesione sociale.

San Domenico, eroe dei due mondi

L’Appennino abruzzese non è un territorio gentile, al contrario di quello che si dice dei suoi abitanti.
I suoi inverni rigidi, i profili misteriosi delle sue cime, le sue valli e i suoi boschi lo rendono un territorio vivo ed ostile, con il quale i suoi abitanti hanno dovuto imparare a convivere.

L’importanza culturale del rito dei serpari di Cocullo risiede nel fatto che esso celebra una conciliazione nel rapporto di incontro-scontro esistente tra la natura e la sopravvivenza dell’uomo.

Benché le sue origini vadano cercate nei riti devozionali alla dea pagana Angizia, oggi la celebrazione è associata al culto di San Domenico Abate. Intorno all’anno 1000, il santo avrebbe soggiornato proprio a Cocullo, lasciando dietro di sé delle reliquie e diventando agli occhi degli abitanti del paese il personaggio in grado di conciliare il mondo dell’uomo e quello della natura grazie al suo legame con i rettili protagonisti del rito. Un eroe dei due mondi, in qualche modo.

La festa del Santo

Sono le nove in punto.
La chiesa di San Domenico apre le porte ai pellegrini provenienti da tutta Italia.
L’atmosfera è carica di aspettative, dentro e fuori dall’edificio: all’interno, i credenti sono in fila per compiere gli atti apotropaici legati alla figura del Santo, come tirare con i denti la corda di una campanella per proteggersi dalle odontalgie o prelevare della terra considerata sacra da una nicchia nel retro della chiesa; all’esterno invece, sulla piazza principale, i serpari preparano i serpenti catturati nel corso dei mesi precedenti all’incontro con il folto pubblico. È un’occasione unica per entrare in contatto con questi animali, ancora storditi dal clima tiepido e per questo estremamente mansueti.

A mezzogiorno, la statua di San Domenico viene portata fuori dalla chiesa e adagiata sul sagrato antistante, dove viene ricoperta con i serpenti che si avvolgono intorno alle spalle e al busto del santo, mentre i serpari fanno attenzione a mantenerne sempre scoperto lo sguardo: le precauzioni contro i cattivi auspici non sono mai troppe!Due ragazze in vestiti tradizionali e con un canestro sulla testa, portano cinque pani sacri (i cosiddetti “ciambellani”): un omaggio agli uomini incaricati di portare la statua e lo stendardo durante la processione.

Lentamente, la statua di San Domenico viene innalzata sulle spalle dei suoi portatori, carica di serpenti e degli sguardi dei fedeli. Attraverserà in questo modo tutto il paese, rendendo omaggio al Santo, ma anche alla natura selvaggia che circonda questi luoghi, rappresentata dai rettili che docilmente approfittano dell’attenzione che viene loro concessa.

Serpari e serpenti

“Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate del vento. Poco parla. Sa il fiato suo tenere. Pianta. Ha branca di nibbio, vista lunga. Piccol segno gli basta. Perché triemi il filo d’erba capisce.”

Con queste parole l’abruzzese D’Annunzio nella tragedia  “La fiaccola sotto il maggio”, descriveva la figura del serparo. Figura misteriosa ed antica, le competenze del serparo abruzzese, capace di maneggiare i serpenti e di guarirne il morso, si pensa fossero già conosciute dai Marsi.

Sul finire dell’inverno, i serpari di Cocullo intraprendono le loro ricerche sulle alture circostanti, approfittando della fine del letargo dei rettili e concentrandosi sulla cattura di quattro specie in particolare: il cervone, la biscia dal collare, il biacco, l’elaphe longissima. Alla fine del rito dei serpari, tutti gli anni, i serpenti vengono riportati nel loro ambiente naturale.

Se volete saperne di più sulla figura del serparo,non perdetevi la bell’intervista al serparo Antonio Zinatelli.

Francesca
Tolosa, Aprile 2019
Foto ©Aldorindo Tartaglione

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